venerdì , 20 Settembre 2019
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Invecchiamento cerebrale: il contributo del Dr. Maurizio Maddestra.

INVECCHIAMENTO CEREBRALE: tra NORMALITA’ e PATOLOGIA.

daddy 1967: senescenza

Tra gli aspetti che creano maggiori difficoltà in questo argomento vi è quello di separare i cambiamenti legati alla fisiologia dell’invecchiamento da quelli dovuti alle patologie, cioè l’invecchiamento cerebrale dalla demenza.
Come invecchia l’organismo così invecchia anche il cervello.

Per parlare di invecchiamento cerebrale prima di tutto però è importante considerare le caratteristiche neuropsicologiche dell’anziano:
– difficoltà a distribuire le risorse attentive: un soggetto anziano ha difficoltà a gestire contemporaneamente più compiti, tende a separare le singole attività (per esempio ascoltare, capire, leggere le diapositive e prendere appunti);
– rallentamento della velocità di attenzione ed elaborazione dell’informazione: i soggetti anziani sono in grado di apprendere, ma i processi sono rallentati, necessitano di tempi più lunghi;
difficoltà percettive: sono molto importanti da tenere presenti, perché una persona anziana può avere delle deprivazioni sensoriali, ad esempio un’ipoacusia, che la isolano dal contesto sociale e rendono difficile la sua modalità di espressione e di relazione;
– difficoltà ad elaborare strategie di apprendimento: ogni processo di apprendimento passa attraverso strategie, la persona anziana di solito ha grosse difficoltà da questo punto di vista ed ha maggiori difficoltà nello stabilire nuove conoscenze;
– diminuzione della capacità del magazzino mnesico a breve termine: spesso gli anziani faticano a ricordarsi cose della vita quotidiana; al contrario la memoria remota viene raramente toccata.

Gli aspetti psicologici dell’invecchiamento sono pertanto connessi all’apprendimento, alla memoria, alla percezione, alle emozioni, alla personalità nel suo complesso e all’intelligenza.
Le modifiche dovute all’età,
in assenza di patologia, sono prevalentemente di tipo qualitativo.

Per quanto attiene, per esempio, l’intelligenza, intesa come capacità di dare risposte ai problemi, varia con l’età: si distingue pertanto una “intelligenza fluida” (prevalente in gioventù) ed una “intelligenza cristallizzata” (prevalente in età avanzata). La fluidità implica velocità di organizzazione, agilità mentale, ragionamento induttivo, formazione di concetti, memoria associativa, ecc. La cristallizzazione si riferisce a: expertise (l’insieme delle abilità acquisite che mette in condizione di rispondere, in modo efficace e quasi automatico, alle situazioni), la comprensione linguistica che fa notare sottigliezze e sfumature che possono sfuggire ad una più rapida reattività, l’individuare il significato generalizzabile di situazioni particolari, il saper ricorrere in modo più consapevole alla cultura generale, la saggezza, ossia la capacità di ponderare e di valutare le conseguenze, ecc.

L’anziano percepisce questo slittamento da una modalità cognitiva ad un’altra come una sorta di “rallentamento” che di fatto avviene e riguarda le funzioni esecutive (come la pianificazione ed il ragionamento o compiti che richiedono un’elaborazione parallela, ossia tenere in mente ed integrare diverse attività), tale “perdita di fluidità” è largamente compensata dall’acquisizione di modalità di efficacia solo qualitativamente diverse. Il passaggio da una modalità di risposta all’altro inizia, in modo estremamente graduale, intorno ai 20 anni.

Il cervello si sviluppa e si modifica tramite diversi meccanismi:
– le connessioni sinaptiche: il numero e la grandezza delle sinapsi è direttamente proporzionale alle esperienze che si fanno (quanto più è ricco e stimolante l’ambiente tante più connessioni si formano);
– i capillari: il numero dei sottili vasi sanguigni che connettono le vene e le arterie si incrementa in alcune aree cerebrali in risposta all’esercizio ed all’esperienza. La densità dei capillari aumenta il flusso di sangue e la disponibilità di ossigeno per i tessuti cerebrali con benefici effetti sui neuroni e sulla chimica del cervello;
– la mielina, il rivestimento che circonda gli assoni e che migliora la trasmissione nervosa: nuovi dati evidenziano che l’apprendimento innesca il processo di mielinizzazione degli assoni;
– la neurogenesi (nascita di nuovi neuroni): l’apprendimento provoca la nascita di nuovi neuroni, in particolare nell’ippocampo (°);
– i neurotrasmettitori: l’esposizione ripetuta agli stimoli attiva un interruttore genetico che avvia la sintesi di particolari proteine che sono il substrato chimico della memoria a lungo termine.

Tali cambiamenti avvengono nel cervello di qualsiasi età ciò che varia è la velocità in cui tali trasformazioni si manifestano. I progressi delle neuroscienze hanno contribuito a chiarire i meccanismi su esposti e a sfatare molti miti sull’invecchiamento cerebrale:
– non è vero che il cervello perde migliaia di neuroni ogni giorno: la perdita è estremamente più ridotta e riguarda solo alcune zone del cervello, tale perdita aumenta con l’età, ma grazie alla “ridondanza”, ossia la sovradimensionalità del cervello rispetto ai nostri bisogni, essa non ha effetti significativi;
– non è vero che nel cervello non si creano nuove cellule cerebrali (un vero e proprio dogma per generazioni di neurologi): è stato dimostrato che alcune aree cerebrali regolarmente generano nuovi neuroni, molti dei quali svolgeranno una funzione attiva nei circuiti nervosi;
– non è vero che il declino mnemonico è inevitabile con l’età: nuove esperienze dimostrano che la perdita “fisiologica” della memoria è un fenomeno benigno di dimensioni poco rilevanti che coinvolge principalmente la memoria di lavoro.

Le vere alterazioni del cervello legate all’età sono:
– una modesta diminuzione della massa cerebrale che inizia verso i 60-70 anni, più pronunciata in alcune aree (i lobi frontali: importanti

Testut e Jacob, 1906 - emisfero cerebrale sin. superficiale

per le funzioni cognitive superiori e l’ippocampo: una struttura chiave per l’immagazzinamento di nuove informazioni) e l’allargamento dei ventricoli, ossia le cavità che contengono il liquido cefalo-rachidiano;
– la densità della corteccia si assottiglia. Tale fenomeno non è dovuto, come si riteneva un tempo ad una massiccia perdita di neuroni quanto piuttosto a un diradarsi delle connessioni neurali, cioè al numero dei dendriti;
– lo spessore e la lunghezza dei rivestimenti mielinici diminuiscono;
– la produzione di neurotrasmettitori (soprattutto dopamina, acetilcolina e serotonina) si riduce con l’età e così anche il numero dei recettori di tali sostanze;
– la comparsa di alcune alterazioni strutturali, le placche senili ed i gomitoli neurofibrillari, che vengono ritenute espressione di fenomeni degenerativi.

Quando si parla di invecchiamento cerebrale da un punto di vista clinico, la nostra attenzione è rivolta soprattutto a un grosso dominio cerebrale che è la memoria: al riguardo, lo schema attualmente accettato da tutti prevede che la memoria si divida prima di tutto in due grandissimi magazzini che sono il sistema della memoria a breve termine e quello della memoria a lungo termine. I due sono separati da un punto di vista schematico, ma in realtà non esiste una separazione funzionale: c’è un’interdigitazione tra le diverse componenti della memoria che lavorano in assoluta sintonia le une con le altre.

Memoria a breve termine:
è quel tipo di procedura che ci permette di selezionare tutta una serie di informazioni che provengono dall’esterno tramite i canali sensoriali e tramite un processo attivo di scegliere tutto ciò che riteniamo degno di essere memorizzato. E’ l’avvio del processo di apprendimento. Qui dentro ci sta anche l’attenzione del soggetto. Con la memoria a breve termine inizia l’elaborazione dell’informazione da acquisire. La memoria a breve termine riconosce due componenti: una passiva, una attiva. Quella passiva è legata a stimolazioni sensoriali che passano superficialmente su di noi e non lasciano traccia. Ciò che ci arriva dall’esterno attraverso i canali sensoriali (per esempio: suoni, rumori, odori) rimane per un periodo di tempo limitato, non viene ritenuto rilevante e quindi non elaborato: sono elementi che il nostro sistema di back-up elimina rapidamente e completamente. Quella attiva, working memory (memoria di lavoro), viene utilizzata tutte le volte in cui, utilizzando una informazione di un canale sensoriale, abbiamo deciso che è qualcosa che vale la pena essere trattenuto e cominciamo a collocarla su una traccia mnesica superficiale, per poi essere successivamente trasferita, a seconda del tipo di informazione, nel grandissimo magazzino rappresentato dalla memoria a lungo termine: è quella che usate voi in questo momento.

Memoria a lungo termine:
è stata definita per lungo tempo “cristallizzata” perchè rappresenta un nocciolo duro e infrangibile che ci accompagna per tutta la vita. È quel tipo di memoria che permette di codificare, archiviare, richiamare in tempo reale, tutte le volte che ne abbiamo necessità, una determinata informazione. In questa memoria possiamo riconoscere due sottosistemi: memoria procedurale, memoria dichiarativa.

La memoria procedurale è un tipo di memoria che utilizziamo tute le volte che siamo in grado di fare qualche cosa. “To know how” so come fare qualche cosa. Esistono delle procedure che sono comuni a tutti gli appartenenti ad una specie (ad esempio, lavarsi i denti), queste procedure basilari possono essere perse in certe fasi di invecchiamento patologico. Esistono invece delle procedure che dipendono dalla formazione che ciascun soggetto ha: la procedura dell’esecuzione di una appendicectomia è chiaro che è una procedura che può conoscere solo chi ha avuto un certo tipo di livello educazionale e conseguentemente tutte le valutazioni sulla memoria devono tener presente i percorsi formativi diversi di una persona. Questa memoria è detta anche memoria implicita. Nei soggetti anziani questa memoria può essere persa al punto che il soggetto non è più in grado di vestirsi e tenta di mettere i calzini sopra le scarpe.

La memoria dichiarativa è quella “enciclopedica”, è la memoria in cui noi riponiamo tutte le conoscenze (io so che). Anche in questo caso esistono una serie di conoscenze dipendenti dalla scolarità e dalla formazione delle persone. La memoria dichiarativa si suddivide ancora in memoria episodica e memoria semantica.
Episodica
: legata a dei singoli episodi circoscritti nel tempo che hanno accompagnato la vita di ciascuno di noi. Rappresenta il “core” della memoria di ciascuno di noi; questa memoria è la più difficile da eliminare.
Semantica
: rappresentata da tutte le informazioni che appartengono ad uno stesso livello educazionale (sapere la capitale d’Italia).

La patologia dell’invecchiamento cerebrale si configura in una condizione chiamata demenza. I criteri di demenza prevedono:
– la presenza di deficit cognitivi multipli caratterizzati da:
deficit di memoria,
uno o più dei seguenti disturbi: aprassia, agnosia, afasia, deficit del pensiero astratto e della capacità critica,
i deficit cognitivi devono interferire significativamente nel lavoro, nelle attività sociali, nelle relazioni con gli altri, con un peggioramento significativo rispetto al precedente livello funzionale.

Testut e Jacob, 1906 - sezioni cerebrali

Tra la normalità e la franca patologia esiste una condizione definita come deterioramento cognitivo lieve (MCI – Milde Cognitive Impairment), in cui non sono assolti completamente i criteri della normalità ma neanche quelli della demenza. La MCI rappresenta l’anticamera della demenza, infatti si è dimostrato che il rate di conversione annuale verso la demenza è stimato nell’ordine del 12%.

Il cervello riesce a difendersi dall’invecchiamento ?
Esistono dei meccanismi che compensano le perdite e le modificazioni funzionali delle cellule nervose. Tali meccanismi fanno parte del programma biologico dell’invecchiamento ed a livello cerebrale si realizzano per effetto della “ridondanza funzionale” (le funzioni delle cellule che si perdono possono essere compensate dai neuroni che restano, esistono tuttavia cellule molto specializzate la cui riduzione, se eccessiva, non può essere compensata) e della “plasticità” (cellule nervose lese possono autoripararsi attraverso la rigenerazione delle parti lese). Questi meccanismi generalmente permettono al cervello che sta invecchiando di mantenere, anche nell’età senile, una buona efficienza funzionale.

Quali sono le prime manifestazioni dell’invecchiamento cerebrale fisiologico?
I disturbi della memoria sono fra le manifestazioni più evidenti e precoci dell’invecchiamento cerebrale. Non è però sempre facile distinguere se la perdita di capacità mnemonica sia una “normale perdita” dovuta all’età o il primo segno di un decadimento intellettivo che porterà alla demenza. Da ciò ne deriva che la comparsa di piccole lacune della memoria (il nome “sulla punta della lingua”, le chiavi introvabili, il numero di telefono che non si ricorda), non indicano necessariamente che il cervello è avviato verso un decadimento progressivo ed inarrestabile delle sue funzioni cognitive. Da ciò ne emerge quindi un rapporto complesso fra invecchiamento fisiologico, disturbi della memoria e demenza. Infatti, mentre il cervello anziano trae una particolare “saggezza” dal notevole bagaglio di ricordi e di esperienze che ha immagazzinato, parallelamente manifesta disturbi mnesici che se creano difficoltà nel registrare e nel richiamare dalla memoria informazioni ed esperienze di recente acquisizione (segno di un invecchiamento cerebrale fisiologico, smemoratezza senile) non necessariamente avranno una evoluzione verso una condizione di patologica compromissione delle capacità intellettive (demenza).

Come si manifestano i primi disturbi della memoria?
Spesso, prima ancora della comparsa di amnesie un invecchiamento cerebrale fisiologico può essere avvertito come una sensazione che qualcosa sta cambiando nella qualità della vita, nella prontezza delle capacità mnesiche, nella capacità di mantenere l’attenzione o la concentrazione, nella difficoltà a memorizzare nuove informazioni. In particolare i soggetti affetti dalla cosiddetta “smemoratezza senile” (disturbo cognitivo di grado lieve) riferiscono “spesso” i seguenti disturbi:
dimenticano i nomi di persone ben conosciute o non ne ricordano immediatamente il nome;
dimenticano dove ripongono oggetti di uso quotidiano;
dimenticano eventi o situazioni appena vissuti;
perdono o non ripongono negli appositi luoghi oggetti di valore o denaro;
non riconoscono le persone che hanno appena conosciuto;
possono avvertire un lieve stato confusionale;
sono discontinui ed apatici sul lavoro o nelle occupazioni quotidiane;
tendono all’ansia e alla depressione;
sono facilmente irascibili;
non riescono a concentrarsi nella lettura;
hanno difficoltà o si rifiutano di risolvere nuovi problemi;
non riescono a restare attenti per molto tempo, hanno difficoltà a concentrarsi.

Come si può controllare l’efficienza della memoria?
Un semplice test per controllare se la memoria è “nella media” rispetto all’età anagrafica è il seguente. Si leggono ad una persona, lentamente e con una brevissima pausa fra una parola e l’altra, 24 parole. Al termine, si chiede alla persona di ripetere le parole che ricorda. In media, un soggetto di 20 anni ricorda 14 parole, uno di 30 anni 13 parole, uno di 40 anni 11. A 50 anni si ricordano solo 10 delle 24 parole, a 60 anni 9, a 70 infine 7. Accanto a questa semplice prova una più corretta valutazione della memoria richiede una batteria di test (test neuropsicologici) che hanno lo scopo di esplorare vari aspetti delle funzioni cognitive (memoria a breve ed a lungo termine, attenzione, concentrazione e calcolo aritmetico, linguaggio, orientamento spazio-temporale, capacità di scrittura, ecc.).

Da quanto detto ne consegue che ogni qualvolta si manifestino disturbi della memoria (amnesie) è di estrema importanza stabilire se possano rappresentare solo un segno di un naturale processo di invecchiamento cerebrale (“smemoratezza senile“) o siano invece il primo segnale di una disfunzione che deve essere valutata per escludere che si tratti dei primi segnali di una condizione clinica che potrebbe portare alla demenza.

Dr. Maurizio Maddestra, specialista in Neurologia
Dirigente Medico I° livello
U.O.C. di Neurologia
Ospedale “Renzetti”, Lanciano (Ch).

(°) questo fenomeno che avviene per presenza di cellule staminali nell’ippocampo dell’adulto consente la formazione di una cellula figlia staminale, ma con programma mitotico destinato all’esaurimento e di una seconda cellula figlia a fenotipo programmabile neuronale o gliale. Ciò contrasta con gli antichi dogmi di A. Koelliker (1896), W. His (1904) e Ramon y Cajal (nel 1913 con “la dura sentenza dei centri adulti”) per i quali gli elementi cellulari del sistema nervoso fossero perenni, impossibilitati quindi ad andare incontrio al fenomeno della mitosi. Tale evenienza è stata però dimostrata 50 anni fa da J. Altan e ribadita da M.S. Kaplan 40 anni fa. Lo stimolo alla neurogenesi avviene nei casi di terapie anti-depressive, nell’epilessia in senso lato, ma anche con l’attività motoria (incentivando il fitness!), (fonte del 2009)

mentre risulta inibito dallo stress, dalla depressione e dalla somministrazione di corticosterone. Dubbio ed antitietico il problema nella schizofrenia. (fonte: Ambrogini P. La riforma della sentenza di Cajal. PNEI News; n°1, Anno V°, gennaio-febbraio 2011, 4-7).

daddy: ho voluto inserire queste poche ma interessanti righe all’articolo per stimolare curiosità e serendipity. Non solo l'”amore” muove il sole e le altre stelle… that’s all, Folks!

 

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3 commenti

  1. Maurizio, un grazie di cuore per questa splendida esposizione chiara e didattica, ma tecnica e sapiente. Hai “aperto” numerose porte sulla moderna conoscenza di questo argomento, sottolinenado dati importanti e facendo “svanire” certezze inappropriate, storicamente presenti nei discorsi quotidiani.
    Mi dispiace di averti “rubato” un bel po’ del tuo tempo, ma sono molto contento di questo furto, avendo dato al mio blog un contributo attuale di grande spessore.
    Buon lavoro ed un abbraccio, daddy.

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