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Steve Jobs: riflessioni. 5 ottobre ’13: oltre sei anni dalla scomparsa

Il 5 ottobre 2011 il mondo ha perso un personaggio d’eccezione, il GRANDE Steve.

Come  un “nano sulle spalle dei giganti” lui ha fatto la sua parte, volentieri; ci è stato lassù, giovane, intelligente, irrequieto e fantasioso, ma non per molto tempo; presto lui stesso è diventato gigante.

Con la sua morte, epilogo di una lunga, altalenante avventura dolorosa, si fa tesoro dei suoi insegnamenti e delle sue “creature” preziose ed innovative nel campo dell’elettronica, dell’informazione e della moderna condivisione, plasmate da praticità ed impiego multiforme. Ma con la sua dipartita rimane una piattaforma di elevatissimo spessore, non solo tecnologica, ma anche umana e propositiva che rappresenta forse il suo lato manageriale più prezioso ed eterno: scuola di vita, percorsi ed obiettivi eccezionali, padronanza della tecnica, severità e determinazione professionali, base per le menti attuali e per le prossime generazioni.

E’ stato definito genio: nella mitologia greco-romana il genio è la  divinità tutelare, lo spirito che accompagna ogni individuo durante  la vita; sì, anche un mito, un essere capace di fare e proporre cose eroiche e divine: al riguardo la studiosa americana Heidi

santuario-Madonna-di-Appari-Paganica-(Aq)-XII°-sec: Gesù cade con la Croce

Campbell ha scritto il saggio “Quando l’iPhone divenne divino” (detto anche telefono Gesù) intendendo che esiste una religione implicita quando usiamo la tecnologia come un sostituto della fede e dei relativi comportamenti (fonte: luglio 2010). Divino, ma non certo santo.
Ed anche questo è stato Steve: giornalmente ci fa compagnia con le sue “creature” tecnologiche. Ed ancora visionario, non come un paziente psichiatrico o un soggetto sotto farmaci (tetracicline, analgesici centrali, droghe, alcool od altro) che crede di vedere cose che in realtà non esistono, ma come chi, concordemente con il regista Spike Lee, “vede cose che gli altri pensano impossibili ed immagina un mondo che gli altri non osano immaginare”; letteralmente secondo le accezioni americane è “uno che  realizza sogni”, ma non quelli attuali, bensì, elaborando una nuova interpretazione, un future-dreams solver (!).

Non lasciate che gli altri scrivano la storia della vostra vita”. Da qui la conseguente e splendida frase del ’75 dell’Editore Stewart Brand nell’ultimo numero del suo “The whole earth catalog”, rivista icona, vangelo e quindi punto di riferimento della cultura hippie fondata nel ’68  fatta propria da Steve:
“stay hungry, stay foolish
“,
esortazione passata durante una conferenza ai laureandi della Stanford University, Palo Alto, California, nell’anno accademico  2004-2005, lui già consapevole del male del quale era portatore e del prossimo programma chirurgico.

Affamato e folle. Consiglia di aver voglia e fame di perseguire la curiosità, la serendipity, ed ha applicato al suo lavoro il concetto del bello nel design (“la bellezza salverà il mondo”, frase di Feodor Dostoevsij nell’opera “L’Idiota”) e della bella scrittura, lui diplomato in calligrafia nel ’73, credo), la conoscenza, la perseveranza. Fai come Ulisse ed inoltrati nel mondo della ricerca:
“dei remi facemmo ali al folle volo” perchè:
“fatti non fummo a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”.

Folle: perchè? Perchè esci fuori dagli schemi, precorri i tempi, vai “oltre” la normalità e la fisiologica maturazione dei tempi. Non sei un irrazionale senza cervello (secondo l’etimologia del termine “folle”), ma un originale fuori dagli schemi, un essere eccezionale detto anche innovatore, cioè colui che cambia l’attuale, aggiungendovi nuovi, originali e straordinari elementi, ma anche la mente che intuisce e precede le esigenze dell’utente, proponendogli a sorpresa il prodotto, facendogli dire:
“ecco quello che cercavo intuitivamente, che mi serviva, ma che non avevo ancora elaborato”.

Al riguardo ho scritto un po’ di tempo fa su questo blog un articolo sul “folle volo“, associando ad Ulisse, il gabbiano Jonathan Livingston, Icaro, Fetonte, Pindaro e Jim Morrison, in una manciata di parole.

Qualcuno ha detto che probabilmente in Italia, Steve Jobs non avrebbe avuto futuro, per problemi di scarsa credibilità e di investimento. E qui casca l’asino nostrano: volutamente miope dall’orizzonte mortificato e quindi rassicurante per le mezze cartucce, inconsciamente forse, invidioso, nepotista, traffichino ed impantanato nei conflitti di interesse. Rare le eccezioni, tanto che quando rientra in Italia una bella figura di Profesionista viene scritto sul quotidiano!
Miglior fortuna forse per i bruti (persone rozze, non razionali, violente ed animalesche) che non danno fastidi perchè “non virtuosi” e non desiderano perseguire la “conoscenza”.

Una riflessione da chirurgo:
nell’ottobre 2003 Steve scopre incidentalmente con un’ecografia addominale una “massa” pancreatica, rivelatasi essere dopo 9 mesi, all’intervento chirurgico,  una rara forma non particolarmente aggressiva di cancro del pancreas, del tipo neuroendocrino, cioè produttore di sostanze (glico-)proteiche a funzione simil-ormonale, un apudoma, situato verosimilmente nella porzione corpo-coda dell’organo, senza presenza di ittero. Il ritardo della terapia è stato voluto da Steve stesso, affidandosi a diete particolari (!): passo falso fatale?
L’intervento probabile del 31 luglio 2004 è stato quello di un’asportazione completa del pancreas, della colecisti e di resezione parziale dello stomaco e del duodeno. Con l’assenza dell’organo il Paziente diviene diabetico insulino-dipendente e necessita altresì di integratori ed enzimi digestivi per os della farmacopea per la digestione degli alimenti, contrastandone l’abbondante perdita con le feci, cioè il malassorbimento. Da qui l’ovvia e drammatica perdita di peso corporeo per l’intervento, la lunghissima convalescenza, il diabete, la disidratazione e la diarrea spesso in agguato, l’immuno-soppressione da emotrasfusioni e da verosimile chemioterapia (la radioterapia è probabilmente non indicata in queste forme neoplastiche).
Nell’aprile 2009 trapianto di fegato da un donatore ventenne, deceduto in seguito ad incidente stradale, e forse di cellule pancreatiche, per il diabete, eseguito presso il Methodist University Hospital di Memphis, nel Tennessee.
Discreto apparente benessere fino alla fine del 2010, quando invece, reiteratamente, si allontana dalla Apple per problemi di salute. Notizie cliniche degli ultimi mesi, affidabili, non sono disponibili: la progressione della malattia a livello peritoneale (intra-addominale) e forse al nuovo fegato, segnano verosimilmente il destino del nostro Genio.

Ha infine esorcizzato emotivamente, ma in senso prospettico il significato della morte, identificandola in un incoraggiamento all’azione per il raggiungimento dell’agognato obiettivo, finchè ci sia tempo a disposizione, e cioè
trovare quel che amiamo“.
L’ha definita
il più grande regalo della vita“, continuando:
ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che abbiamo sempre qualcosa da perdere. Siamo già nudi. Non c’è ragione per non seguire il nostro cuore.”
Ed ancora: “la morte è una grande invenzione  perchè obbliga alla innovazione“.

Grazie, Steve, sapendo che non scompari dal nostro mondo e dal nostro cuore con la tua assenza, daddy.

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