venerdì , 24 novembre 2017
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Galizio Sciartilli: il mio romantico “Andare oltre”

ulisse
Ulisse

Ulisse, “l’uomo dai mille aspetti”, rappresenta l’archetipo che ogni era ha interpretato a

Galizio Sciartilli
Galizio Sciartilli

proprio modo per “l’andare oltre”.
Nell’Odissea Ulisse ha molte occasioni per manifestare e rivelare il suo talento per l’astuzia e l’inganno; ma, allo stesso tempo, vengono attestati il suo coraggio, la sua lealtà e magnanimità.

Il tema dell’uomo errante e navigatore, il cui sapere e la cui conoscenza si arricchiscono sempre più lungo il cammino, ha alimentato costantemente l’immaginario collettivo occidentale da Orazio a Seneca, a Shakespeare, a Cicerone, Sofocle, Euripide, Ovidio, Byron con il suo “bel tenebroso”, Dante, Joyce, solo per citarne alcuni. Essi hanno subito il fascino di quest’uomo che ha mostrato la duplice tendenza dell’uomo al Male e al Bene.

Tutti hanno evidenziato dell’eroe omerico il patrimonio di conoscenza e di saggezza, ma anche il suo essere capace delle più orrende bassezze come quando, per esempio, si finge pazzo per non partire per la guerra di Troia, quando provoca la morte del suo rivale Palamede, quando trucida il piccolo figlio di Ettore Astianatte.
Le diverse esigenze sociali, i diversi stati psicologici delle diverse epoche hanno trovato nei diversi Ulisse i diversi modi di vedere la vita.
Ulisse è un personaggio che ci assomiglia troppo.

Leopold Bloom
Leopold Bloom (fonte)

Leopold Bloom in Joyce è l’Ulisse del diciannovesimo secolo anche se non ha niente a che vedere con l’Ulisse di Omero, anzi è l’anti eroe, E’ solo la parodia di Odisseo. Ma nell’ultima parte del romanzo Bloom ci mostra come il viaggio al di là della terra, oltre i confini dell’umano è l’unico modo per sfuggire alla morte.
Joyce racconta la vicenda di un uomo qualunque al quale lo squallore e la meschinità della vita quotidiana e del mondo che lo circonda negano i valori della vita stessa. Ma è lo stesso uomo che aspira al ritrovamento di quei valori di cui viene privato. Joyce mette così in risalto l’universalità dell’esperienza di tutta l’umanità.
L’Ulisse di Joyce è il vecchio lupo di mare che senza indugiare riprende il viaggio, dopo il naufragio, cioè la condizione dell’uomo contemporaneo che si ritrova a dover affrontare le grandi crisi che la vita ripropone quasi ad intervalli regolari (la seconda guerra mondiale seguita alla prima, i campi di concentramento nazisti ecc.). Come fece a suo tempo Ulisse però, l’uomo non deve

Gabriele D'Annunzio
Gabriele D’Annunzio (fonte)

soccombere alla sconfitta ma mostrare la volontà di ripresa.

Con D’Annunzio nasce l’oltre-uomo col suo sprezzo della vita e del pericolo. Quando tutti i valori tradizionali sono crollati l’uomo è in grado di tornare all’unica realtà che è la vita terrena. L’oltre-uomo supera timori e debolezze dell’uomo comune.
D’Annunzio fa dunque di Ulisse un modello, un mito da seguire per l’attuazione della dimensione superumana del vivere.

Circe promette a Ulisse l’immortalità ma lui preferisce il tepore della

Ulisse e le Sirene
Ulisse e le Sirene

quotidianità. Le Sirene gli promettono la conoscenza: questa ad Ulisse appare più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza sul sommo bene e sul sommo male.

Non plus ultra” , secondo i Latini era scritto sulle Colonne d’Ercole. Ma Ulisse deve rischiare e varca i limiti che impongono alla sua condizione umana di fermarsi a quanto già noto e conosciuto.

Ma secondo la filosofia medioevale se la conoscenza non è rivolta a Dio, ma alle cose terrene non è altro che stoltezza e superbia. Ulisse non si trova tra coloro che hanno seguito le giuste vie della conoscenza.
“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

colonne d'Ercole
Colonne d’Ercole, già nel canale di Sicilia e poi nello stretto di Gibilterra


Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.”

Ulisse incita i suoi fratelli a interrogarsi sul senso della vita, a non privarsi nell’ultima parte dell’esistenza della possibilità di continuare a conoscere. Ma questa orazione che l’eroe fa ai suoi compagni è considerata da Dante come un consiglio fraudolento in quanto la virtù può esercitarsi solo nell’osservanza delle leggi divine e nel riconoscimento dei limiti imposti alla conoscenza umana.
Se da un lato lo condanna, dall’altro non gli nega una comprensione umana. La sua infatti è una condanna sofferta perché sente quel qualcosa di grandioso nell’impresa di Ulisse.
Sia Dante che Ulisse viaggiano spinti dall’ardore di conoscenza. Entrambi si sono perduti
“…che la diritta via era smarrita”.
Ma mentre Dante ritrova la via e accede ad una conoscenza superiore guidato dalla volontà divina, Ulisse non conosce questa grazia e rimane confinato entro la sfera puramente terrena e sensibile del sapere
“l’ardore ch’i’ ebbi a divenire del mondo esperto
e delli vizi umani e del valore”.

Non c’è in Ulisse nessuna tensione etica, morale che rivolga la conoscenza verso un fine giusto.

Galizio Sciartilli
Galizio Sciartilli

Ed è così che egli supera le colonne d’Ercole poste
“a ciò che l’uom più oltre non si metta”,
infrange il divieto divino e viene da Dio sconfitto
“…infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso.”
Bisogna frenare l’ingegno e contenerlo nei limiti di una norma religiosa.

Ulisse è il prototipo dell’eroe che viola spazi inaccessibili. La conoscenza non si può raggiungere con le sole forze della ragione, senza l’intervento della Grazia divina.

 

Galizio Sciartilli

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