Il 5 ottobre 2011 il mondo ha perso un personaggio d’eccezione, il GRANDE Steve.
Come un “nano sulle spalle dei giganti” lui ha fatto la sua parte, volentieri; ci è stato lassù, giovane, intelligente, irrequieto e fantasioso, ma non per molto tempo; presto lui stesso è diventato gigante.
Con la sua morte, epilogo di una lunga, altalenante avventura dolorosa, si fa tesoro dei suoi insegnamenti e delle sue “creature” preziose ed innovative nel campo dell’elettronica, dell’informazione e della moderna condivisione, plasmate da praticità ed impiego multiforme. Ma con la sua dipartita rimane una piattaforma di elevatissimo spessore, non solo tecnologica, ma anche umana e propositiva che rappresenta forse il suo lato manageriale più prezioso ed eterno: scuola di vita, percorsi ed obiettivi eccezionali, padronanza della tecnica, severità e determinazione professionali, base per le menti attuali e per le prossime generazioni.
E’ stato definito genio: nella mitologia greco-romana il genio è la divinità tutelare, lo spirito che accompagna ogni individuo durante la vita; sì, anche un mito, un essere capace di fare e proporre cose eroiche e divine: al riguardo la studiosa americana Heidi Campbell ha scritto il saggio “Quando l’iPhone divenne divino” (detto anche telefono Gesù) intendendo che esiste una religione implicita quando usiamo la tecnologia come un sostituto della fede e dei relativi comportamenti (fonte: luglio 2010). Divino, ma non certo santo.
Ed anche questo è stato Steve: giornalmente ci fa compagnia con le sue “creature” tecnologiche. Ed ancora visionario, non come un paziente psichiatrico o un soggetto sotto farmaci (tetracicline, analgesici centrali, droghe, alcool od altro) che crede di vedere cose che in realtà non esistono, ma come chi, concordemente con il regista Spike Lee, “vede cose che gli altri pensano impossibili ed immagina un mondo che gli altri non osano immaginare”; letteralmente secondo le accezioni americane è “uno che realizza sogni”, ma non quelli attuali, bensì, elaborando una nuova interpretazione, un future-dreams solver (!).
Splendida la frase del ’75 dell’Editore Stewart Brand nell’ultimo numero del suo “The whole earth catalog”, rivista icona, vangelo e quindi punto di riferimento della cultura hippie fondata nel ’68 e fatta propria da Steve:
“stay hungry, stay foolish“,
esortazione passata durante una conferenza agli studenti della Stanford University, Palo Alto, California, nel 2005, lui già consapevole del male del quale era portatore e del prossimo programma chirurgico.
Affamato e folle. Consiglia di aver voglia e fame di perseguire la curiosità, la serendipity, ed ha applicato al suo lavoro il concetto del bello nel design (“la bellezza salverà il mondo”, frase di Feodor Dostoevsij nell’Idiota) e della bella scrittura, lui diplomato in calligrafia nel ’73, credo), la conoscenza, la perseveranza. Fai come Ulisse ed inoltrati nel mondo della ricerca:
“dei remi facemmo ali al folle volo” perchè:
“fatti non fummo a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”.
Folle: perchè? Perchè esci fuori dagli schemi, precorri i tempi, vai “oltre” la normalità e la fisiologica maturazione dei tempi. Non sei un irrazionale senza cervello (secondo l’etimologia del termine “folle”), ma un originale fuori dagli schemi, un essere eccezionale detto anche innovatore, cioè colui che cambia l’attuale, aggiungendovi nuovi, originali e straordinari elementi, ma anche la mente che intuisce e precede le esigenze dell’utente, proponendogli a sorpresa il prodotto, facendogli dire:
“ecco quello che cercavo intuitivamente, che mi serviva, ma che non avevo ancora elaborato”. (continua…)